Se cercate qualcosa da vedere a Roma di un po’ più insolito (ma non troppo), una visita al Ghetto di Roma è ciò che fa per voi.
Un luogo pregno di storia, cultura e, cosa che non fa mai male, buona cucina.

Breve storia del Ghetto di Roma

La comunità ebraica di Roma è una delle più antiche al mondo. I romani per secoli hanno vissuto fianco a fianco con loro in pace, l’esercito romano si alleò perfino con i loro eserciti stipulando un’alleanza con il loro condottiero Giuda Maccabeo nel 167 a.C, contro Seleucide.
I tempi d’oro per gli ebrei romani finirono quando la Chiesa subì lo scisma Protestante e il Concilio di Trento, facendosi molto più dura con tutti i non Cattolici.
Papa Paolo IV, neoeletto, fece rinchiudere gli ebrei in una zona ristretta di Roma e impose leggi discriminatorie contro di loro, dirette o indirette: ad esempio nel 1559 istituì l’Indice dei Libri Proibiti, secondo il quale tutti i libri scritti da autori non cattolici dovevano essere dati al rogo e dimenticati per sempre, indipendentemente dall’argomento trattato.
Quattro anni prima aveva firmato la bolla pontificia Cum Nimis Absurdum, in cui riteneva inconcepibile la tolleranza verso gli ebrei e fece alzare i muri che delimitavano il ghetto: tre ettari di spazio, dal Portico d’Ottavia all’Isola Tiberina fino a Piazza Giudea (che oggi non esiste più), in cui furono rinchiusi tremila ebrei che avevano il permesso di lasciare il ghetto solo durante il giorno, muniti di un pezzo di stoffa azzurra che li riconoscesse come tali, mentre dal tramonto all’alba le porte venivano chiuse e controllate dalle guardie affinché nessuno uscisse. Negli anni successivi la zona venne ampliata e nel 1825 le porte divennero sei.
Nel 1572 Gregorio XIII istituì le prediche coatte, obbligando gli ebrei ad assistere alle messe cristiane nel tentativo di convertirli.
Nel 1593 Papa Clemente VIII ribadì la bolla pontificia di Pio V secondo la quale tutti gli ebrei erano banditi dai territori pontifici, eccezion fatta per i ghetti di Roma e Ancona.
I Papi che si succedettero nei secoli ebbero atteggiamenti diversi verso gli ebrei: si passava dal più tollerante al più severo e persecutorio. Fu Napoleone nel 1798, quando occupò Roma con le sue truppe, ad aprire il ghetto per la prima volta dopo secoli, ma quando nel 1814 si restaurò l’autorità papale le porte vennero chiuse di nuovo concedendo però un piccolo allargamento ai confini del ghetto. Nel 1870 cadde lo Stato Pontificio e l’amministrazione italiana riconobbe a tutti i cittadini pari dignità, così le porte del ghetto vennero definitivamente eliminate. L’unica esperienza negativa che visse successivamente il ghetto di Roma fu il 16 ottobre 1943 quando le truppe naziste invasero la città e rastrellarono 1022 esponenti della comunità ebraica per deportarli ad Auschwitz. Per ricordare l’atrocità è stata apposta una targa sotto la finestra di una delle case rastrellate, ancora ben visibile.

Cosa vedere nel Ghetto di Roma

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Noi abbiamo visitato il Ghetto sotto l’esperta guida Ilaria Brera dell’Associazione l’Asino d’Oro,  che in poco più di un paio d’ore ci ha fatto scoprire questo bell’angolo di Roma e le sue storie, conducendoci lungo un percorso partito dalla Fontana delle Tartarughe, una delle più belle fontane di Roma la cui storia è legata ad una leggenda romantica: alla fine del 1500 il duca Mattei si innamorò di una ragazza il cui padre credeva che lui fosse un uomo di poco potere e valore. Il Duca, per dimostrare il contrario e sperare di ottenere la mano della sua amata, fece erigere sotto la loro finestra la fontana, in una sola notte. All’epoca però la fontana aveva un aspetto diverso da quello che ha ora: le tartarughe a cui deve il nome infatti furono aggiunte da Bernini solo nel 1658.
Una cosa curiosa a cui fare attenzione mentre si cammina lungo le strade del Ghetto di Roma sono le pietre d’inciampo, piccole targhe d’ottone poste su sampietrini di fronte le case delle vittime delle deportazioni naziste. Su queste targhe sono incisi il nome della vittima con la data di nascita e di morte (se conosciuta), il luogo in cui è stata deportata e il luogo di nascita. É un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, il quale finora ha installato oltre 56.000 pietre in tutta Europa.
Proseguendo verso Piazza Costaguti si incontra, in vicolo Costaguti, il Tempietto del Carmelo, un piccolo tempio dedicato inizialmente alla Madonna del Carmine che divenne uno dei luoghi delle prediche coatte del sabato (coatte ma inutili, perché chi andava portava con sé piccoli e invisibili tappi di cera per non ascoltare) e oggi simbolo dell’incontro tra ebraismo e cristianesimo.
Il Portico d’Ottavia e le sue rovine sono, a mio avviso, uno dei punti più belli – se non il più bello – del ghetto. Fu costruito nel II secolo a. C. come Arco di Metello e vi venne anche instaurata la statua di Cornelia, madre dei Gracchi, la prima statua femminile al mondo ad essere esposta in pubblico. Fu dedicato alla sorella di Ottaviano Augusto e moglie di Marco Aurelio, Ottavia, tra il 27 e il 23 a. C. e nel medioevo, sulle sue rovine, vi furono costruite una chiesa e il mercato del pesce.
Dal Portico si può raggiungere direttamente il Teatro Marcello, il più antico teatro conosciuto (il Colosseo venne costruito 83 anni dopo) la cui costruzione fu iniziata da Cesare e terminata da Augusto.
Infine del Ghetto non si può perdere, ovviamente, la Sinagoga o Tempio Maggiore. Costruita tra il 1901 e il 1904 è uno dei templi più grandi d’Europa (doveva essere visibile da ogni punto panoramico di Roma) e punto di riferimento della comunità ebraica.  Si sviluppa su due piani esterni e uno sotterraneo in cui si trovano il Museo Ebraico e il Tempio Spagnolo, una piccola sinagoga detta Tempio Minore, arredata con elementi delle Cinque Scole ebraiche che si trovavano nel Ghetto. Dopo l’attentato che il 9 ottobre 1982 uccise un bambino di 2 anni e ferì 37 persone, la Sinagoga è costantemente sorvegliata dai Carabinieri.

Info Utili
Il Tempio Maggiore è visitabile dalla domenica al venerdì acquistando i biglietti per il Museo Ebraico (costo 11 € intero, 5 € studenti, gratis bambini sotto i 10 anni) dalle 10 alle 17, tranne il venerdì, aperto solo la mattina dalle 10 alle 14.

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Mangiare nel Ghetto di Roma

La cucina ebraica è tra le più buone e tradizionali della Capitale. É un tipo di cucina particolare con delle regole precise (sono 7 le regole d’oro della cucina kosher): animali ruminanti, crostacei e rapaci sono assolutamente vietati e gli animali permessi devono essere macellati e dissanguati completamente da un rabbino qualificato.
Non si può lasciare il ghetto senza aver assaggiato i famosi carciofi alla giudia o il pesce ripieno. Via del Portico d’Ottavia è piena di ristoranti di cucina tradizionale: noi abbiamo provato la Taverna del Ghetto kosher, e, sebbene i prezzi non siano economici, i piatti sono davvero eccezionali e fatti a regola d’arte.