Viaggio e fotografia sembrano essere un tutt’uno da sempre.
Quando la fotografia ancora non esisteva, gli esploratori trovavano comunque il modo di imprimere nei loro diari immagini di ciò che avevano visto: magari con disegni o con descrizioni iper dettagliate di ciò che avevano di fronte.
Il viaggio in fondo è condivisione, e quale strumento più della fotografia può aiutare a condividere? La scrittura e i racconti, certo, ma una fotografia parla tutte le lingue del mondo.
Sapete quando è iniziata la storia della fotografia di viaggio? Chi ha iniziato? Come si è evoluta? La mia curiosità mi ha sempre spinta a saperne un po’ di più delle cose, se poi si tratta di sapere qualcosa in più di ciò che più mi appassionano come la fotografia…

Foto di Manuela Vitulli, Pensieri in viaggio

Foto di Manuela Vitulli, Pensieri in viaggio

La fotografia di viaggio più antica che sia sopravvissuta è del 1826, opera di Joseph Nicephore Niepce e ritrae la scena di una strada a Saint Loup de Varenne, in Francia. Ha richiesto otto ore di esposizione. Otto ore con quelle enormi fotocamere fermi, ad attendere uno scatto. Riuscite ad immaginarvelo?
Più tardi, nel 1839, fu presentata a Parigi la dagherrotipia, il primo procedimento – lungo e complicato – per lo sviluppo delle immagini. Consisteva in una lastra di rame su cui veniva applicato argento elettroliticamente, per poi esporla ai vapori di iodio per circa 10-15 minuti, infine ai vapori di mercurio per svilupparla. Oltre ad essere un procedimento lungo, era dannoso per la salute e l’immagine poteva essere riprodotta un’unica volta. Insomma, un casino. Un casino che aveva però due vantaggi: quello di riprendere le immagini con un’incredibile accuratezza dei dettagli, e quello di potersene andare in giro con la propria fotocamera (o dagherrotipo). I primi fotografi uscirono così dagli studi, andando a fotografare la Senna, Notre Dame e Pont Neuf.Lo stesso Daguerre suggerì di iniziare a portare la propria fotocamera in viaggio, ma non era esattamente così semplice: oltre alla fotocamera bisognava portarsi dietro una camera oscura e una sorta di piccolo laboratorio alchemico per lo sviluppo delle immagini.

Ispirato dalla dagherrotipia, nello stesso periodo l’inglese William Henry Fox Talbot inventò la calotipia, ovvero il procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini riproducibili, grazie alla tecnica del positivo/negativo. Veniva scelta una carta pulita e lineare, imbevuta di nitrato d’argento, poi asciugata e stesa al buio. Prima di essere esposta alla luce, la carta doveva essere bagnata con nitrato d’argento e acido gallico. Ancora umida, doveva essere esposta alla luce per un tempo variabile dai 10 secondi a qualche minuto. Per essere sviluppata (cioè mostrare sulla carta l’immagine impressa dalla luce) il foglio doveva essere immerso in una soluzione composta da 2 litri d’acqua distillata e 2 grammi di acido gallico. Infine, andava immerso in bromuro di potassio. Il risultato era il negativo dell’immagine, che poteva poi essere “stampata” a volontà. La stampa, all’epoca, consisteva nell’unire al foglio del negativo un altro foglio imbevuto di sale da cucina, poi spennellato con nitrato d’argento ed esposto alla luce per 15 minuti. Il risultato era l’immagine riprodotta meno fedelmente rispetto al dagherrotipo, e dai toni rosso/marrone.

CalotipiaTalbot

Nel 1851 Frederick Scott Archer inventò la tecnica del collodio umido, che dal 1880 divenne la tecnica più usata e famosa per lo sviluppo fotografico, grazie ai suoi brevi tempi di esposizione: dai 3 ai 20 secondi. Consisteva nel prendere una lastra di vetro ben pulita, spalmarla con il collodio e, una volta rappreso il collodio, immergerla nel nitrato d’argento. Si inseriva la lastra di vetro nel fondo della fotocamera e la si esponeva alla luce per un tempo sufficiente, determinato dall’illuminazione. Si chiudeva l’obiettivo e si sviluppava la lastra in una soluzione di acido gallico, per poi fissarla con l’iposolfito di sodio.

Anche questa tecnica aveva però i suoi lati negativi: l’immagine veniva perfetta solo se la si sviluppava immediatamente, con la lastra di vetro ancora bagnata. Quindi i fotografi dovevano girare con la fotocamera, le lastre di vetro, il treppiede, una tenda nera come camera oscura, il laboratorio del piccolo chimico… un po’ difficile viaggiare con tutta questa roba dietro, no? Eppure questo non fermò i fotografi esploratori, e nel 1880 iniziarono ad apparire in tutto il mondo le prime immagini della Grande Muraglia, del Nilo, del Grand Canyon, dell’Himalaya… fu questo il periodo in cui si iniziò ad innescare nella gente la curiosità per quei mondi lontani, proprio grazie alla fotografia. Iniziò a crescere il turismo e con esso la richiesta di fotografie come ricordo di viaggio, così i fotografi iniziarono a lavorare per ragioni commerciali. Nel 1869 le poste austriache inventarono le cartoline e nel 1910 le poste francesi spedirono 123 milioni di cartoline in tutto il mondo: iniziò così la riproduzione in serie delle immagini, per spedire le cartoline!
La fotografia di viaggio però era ancora in mano a quei pochi avventurieri che erano anche artisti, scienziati, tecnici. Ma erano così richiesti che le guide Michelin iniziarono a segnalare in quali alberghi erano presenti camere oscure (venivano messe a disposizione dall’albergo stesso).

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Nel 1888 George Eastman, il fondatore della Kodak, inventò la fotocamera con la pellicola, per accontentare tutti quei turisti che volevano scattare immagini proprie e personali. Lanciò la prima fotocamera “punta e clicca”, con il famoso slogan “Tu premi il bottone, noi pensiamo al resto”.
Quando la pellicola della fotocamera finiva, veniva portata alla fabbrica Kodak che sviluppava le immagini. Nel primo anno di nascita, Eastman vendette 13.000 fotocamere. Così, all’inizio del Ventesimo Secolo e con l’arrivo della Kodak Brownie, chiunque poteva avere la propria fotocamera e scattare le sue foto. Nel 2009 sono state scattate oltre 500 miliardi di fotografie.
Per i fotografi di viaggio però, le cose non sono cambiate poi così tanto. Hanno sempre bisogno di portarsi dietro la loro numerosa e pesante attrezzatura; sono artisti, tecnici, avventurieri e fotografi; il processo di stampa viene lasciato ai laboratori di fotografia; le lastre sono state sostituite da schede SD, HD esterni, pc e gli agenti chimici dai software.
Il mondo è stato fotografato da ogni angolo e ormai è difficile sorprendere con una fotografia, ed è proprio questa la vera sfida dei fotografi di viaggio di oggi: rendere originale il banale.