“Maybe tomorrow, I hope we find tomorrow
Hope did we get here, how did it get this far
We had it all, fools we let it slip away
Goodbye Malinconia
Dimmi chi ti ha ridotta in questo stato d’animo?

Every step out of place
and in this world we fell from grace
Looking back we lost our way
an innocent time we all betrayed
And in time can we all learn,
not to crawl away and burn
Stand up and don’t fall down
Be a king for a day,
in man we all pray!”
Caparezza

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Raccolgo l’iniziativa della Simo, per raccontare la mia esperienza di andata e ritorno da Londra.

Era il 2010 e anche io in testa avevo un’idea fissa: #IoMeNeAndrei.
Come faccio sempre, non penso mai troppo alle cose. Se ho voglia di fare una cosa la faccio e ci provo fino alla fine.
Forse prendo un po’ troppo alla lettera il motto Carpe Diem… ma ammetto che tra i miei ricordi più belli e tra le esperienze migliori, ci sono proprio tutte quelle cose fatte senza pensare.
Ci sono anche cose andate male, certo. Questo però succede anche a chi pensa troppo, no?
Ho sempre in mente un’immagine: il lancio di un dado. Quando vogliamo fare una cosa è come se lanciassimo un dado: può andare bene o può andare male, ma non cambiano le cose se invece di lanciarlo una volta soltanto lo lanciamo più volte finchè non esce il numero che ci piace.
Non uscirà mai quel numero, perchè non sappiamo qual è.
Ora vi mostro il mio lato nerd: quanti di voi conoscono il gioco di ruolo D&D? Per chi non lo conoscesse, provo a spiegarlo in grandi linee: è un gioco dove il destino del personaggio che crei e muovi si basa sul risultato del lancio di un dado a 20 facce. Se esce 1 è un fallimento totale, se esce 20 vittoria completa. Se esce un numero da 2 a 19, il risultato dipende dalle abilità che hai raccolto dall’inizio della tua avventura (mi perdoneranno i miei amici nerd se sono stata poco precisa sulle spiegazioni).

andata e ritorno da Londra d20

Diciamo che io ho sempre fatto un solo lancio. Si, è vero, sono pigra.
E’ successa la stessa cosa con Londra, che all’inizio doveva essere Vienna, ma per problemi di comprensione della lingua (non che fossi messa benissimo con l’inglese, ma sempre meglio del tedesco) alla fine la scelta è stata dirottata sulla capitale inglese.
Idea avuta a Febbraio, partenza programmata per Agosto.
Voglio essere sincera e chiarire una cosa:  sono fatta talmente storta che quando parto in quarta con un’idea ed agisco senza pensare, non mi spaventa nulla. Come se avessi già tirato un 20.
Sono tutta istinto e le difficoltà, qualsiasi tipo di difficoltà, mi sembrano tutte sciocchezze superabili.
Peccato che ci penso sempre dopo. E a pensarci la cosa un po’ mi spaventa, perchè questo sa tanto di incoscienza.
Si può essere incoscienti a quasi trent’anni?

Ecco, mettiamola così: sono partita con una bagaglio pieno di speranze e di incoscienza.
Non so se sia stato un errore o meno, ma di sicuro questa incoscienza mi ha aiutato a non avere paura all’inizio.
Facevo forza a me e a chi aveva deciso di condividere questa avventura con me. Ci svegliavamo presto la mattina e camminavano tutto il giorno per le strade di Londra lasciando curriculum in ogni dove. Senza tralasciare poi i curriculum online una volta tornati a casa.

Andata e Ritorno da Londra, Barking

A proposito di casa…
Avevo trovato una stanza in affitto tramite il sito Italiani a Londra, a Barking, in zona 4 nella parte est di Londra. Proprietaria di casa italiana, unici altri occupanti oltre a lei e noi una coppia di portoghesi e un’altra ragazza romana.
Fermi! Un consiglio: se volete andare in Inghilterra per imparare l’inglese (vi direi di evitare Londra, che sembra più che altro una succursale di Via del Corso… è strano sentir parlare inglese in mezzo a tutti quegli italiani) e proprio non potete fare a meno di Londra, evitate di trovarvi in casa con altri italiani! Avrete colleghi italiani, capi italiani, vicini di mezzi pubblici italiani, clienti italiani… almeno in casa evitateli! Vi dico solo che i due portoghesi avevano imparato meglio l’italiano dell’inglese.
“Wow, sei andata a Londra per imparare l’inglese, come è andata?”
“Benissimo, ho imparato l’italiano!”
Insomma, non è proprio il massimo.

Tornando a noi. Avevo trovato casa su quel sito. La proprietaria non voleva soldi in anticipo (e non dateli mai a distanza!), quindi siamo andati tranquilli e spensierati.
Poi… la convivenza è brutta. Soprattutto se il proprietario di casa vive con voi. Dovete stare – giustamente! – alle sue regole.
Che in questo caso comprendevano anche sceneggiate per farci credere che fossero entrati i ladri in casa e l’avere i microfoni in camera e in altre stanze delle casa, ma questo è un altro discorso.
Se c’è una cosa che proprio non sopporto sono le spie e la codardia.
Se vedi che sbaglio una cosa, dillo prima a me.
Se tu padrone di casa mi vuoi riprendere fallo, non lasciare i bigliettini.
Sembrava di stare all’asilo, e quattro mesi di convivenza così sono difficili da sopportare.
Non partite pensando “mi appoggio qua poi trovo altro”, perchè trovare altro è difficile, soprattutto ora che Londra è satura. Se ci abbiamo messo noi un mese e mezzo a trovare lavoro, oggi ce ne vogliono almeno tre e con i prezzi di Londra si fa presto a consumare i risparmi messi da parte.
Armatevi di pazienza, tantissima pazienza, nel caso in cui vi dovesse dire male con alloggio e coinquilini.

La volta successiva in casa (a Leyton, zona 3 parte est di Londra) ci ritrovammo con altre 8 persone di nazionalità diversa (5 italiani su 10, tanto per sottolineare il discorso fatto poco più su) e lì andò un po’ meglio, anche se gli unici a tenere all’ordine e alla pulizia eravamo proprio noi italiani.
Questo però si sa… convivere con persone sconosciute con una cultura diversa non è una cosa semplice. Può essere tanto divertente quanto fastidioso allo stesso tempo.

Andata e ritorno da Londra, museo delle cose strane

Diciamo anche che siamo stati sfortunati da questo punto di vista.
Oltre alla convivenza non proprio eccezionale, c’era anche il problema lavoro. La prima volta trovai lavoro in un ristorante italiano: in nero, turni di 10 ore, pagata poche sterline al giorno (sotto il minimo sindacale inglese).
Per trovare un lavoro così non bisogna arrivare in Inghilterra, basta il bar sotto casa e si risparmiano anche i soldi dell’affitto.
Perciò altro consiglio: non cercate lavoro nei ristoranti italiani.
All’estero non sono poi tanto diversi gli italiani, ti offrono le stesse cose che offrono qua.
Se avete intenzioni di rimanere e cercare altro, accontentatevi pure ma chiedetevi prima se ne vale VERAMENTE la pena.

Quando trovai lavoro da Caffè Nero era tutto un altro mondo. Segnata con contratto regolare, paga buona, turni umani, possibilità di carriera.
Lavoravo nel chiosco di una stazione, i colleghi erano quasi tutti italiani, così come il manager. Questo è stato un periodo divertente.
Però c’erano anche tante cose che mi mancavano dell’Italia, veramente tante. Troppe.
Mi mancavano in un modo che non vi so spiegare.
La famiglia, gli amici, il mare, il sole, la gente che sorride in strada, i bambini che corrono e gridano, i cornetti caldi nei bar alle sei di mattina, l’odore del caffè per strada, la pizza, poter andare al mare o in montagna con mezz’ora di macchina, le trattorie, gli ospedali (in Inghilterra la sanità è pessima, a volte da denuncia)…
E tante altre cose ancora.

Sono tornata alla fine per altri problemi. Problemi che non mi obbligavano a tornare, è vero, ma dovevo scegliere tra lo stare là seguendoli da lontano e lo stare qui, vivendoli e affrontandoli. Ho scelto la seconda.

Non posso dirvi partite o restate. Credo nel destino e che ognuno ha già il proprio. Così come credo che dipende tutto da ciò che vogliamo davvero.
E’ vero che il panorama italiano ora non brilla, nè invoglia a restare… ma è vero anche che l’estero ha i suoi problemi. Diversi, minori, ma ci sono.
Non esiste una scelta giusta o sbagliata, non esiste una risposta.
Se sentite di voler provare, fatelo, ma prendetela come un’esperienza, non il trasferimento della vita. Chissà poi cosa succederà…

andata e ritorno da Londra, Roma

Ora posso dirmi felice di essere tornata, così come sono felice di essere partita. E’ stata un’esperienza che mi ha insegnato molto e mi ha fatto crescere.
Alla fine penso una cosa: a volte bisogna andare anche solo per tornare.