Non è facile essere un emigrante, i nostri nonni lo sanno di certo; eppure con la situazione italiana d’oggi espatriare può essere una soluzione da non ignorare. I problemi da affrontare, però, sono diversi: dove andare, avere da parte un gruzzoletto per iniziare, imparare la lingua, trovare un alloggio, un lavoro, di punto in bianco iniziare una nuova vita contando solo sulle proprie forze… buttarsi senza paracadute. Poi, ammesso che superiamo le difficoltà iniziali, e che quindi riusciamo ad ambientarci, ci sono la malinconia, il non sentirsi mai a casa, la mancanza della famiglia e degli amici, l’acquisire la mentalità del posto dove andiamo a vivere, le legislazioni locali (soprattutto se si decide di uscire dall’Europa), ecc.

Io sono stato, anni fa, una vittima del “Sogno Americano”.

E così via, senza remore, negli U.S.A., sfruttando come base casa di mia zia, alla ricerca del lavoro che mi avrebbe cambiato la vita. Quello che non sapevo, però, è che la legislazione sull’immigrazione lì era severissima… e lo avrei, mio malgrado, scoperto da lì a poco.

Il Sogno Americano, tramonto in Texas

I biglietti per Springfield (e prima che lo chiediate: non so se è quella dei Simpson, negli States ci sono tipo 11 paesi con questo nome, ecco forse perchè Matt Groening lo ha scelto.  In ogni caso, io mi riferisco a quella nel Missouri) costavano un bel po’, con il celeberrimo pullman “Greyhound”, invece costavano molto meno. 25 ore di autobus, certo, ma il fascino del viaggio on-the-road non poteva essere ignorato. E così via, tra notti insonni, paesaggi e tramonti mozzafiato, infinite praterie, puzza di bagno (la cui porta era rotta), cambi di bus ogni giorno, bambini che piangevano…

Arrivato a destinazione, poi, avrei dovuto prenderne un altro bus per S. Francisco, dove mio cugino aveva una convention di lavoro, e lì, di ore, ce ne sarebbero volute all’incirca il doppio.
Ma, dopo il primo viaggio, a dir poco distruttivo, ho rinunciato a malincuore.

Il mio sogno americano stava iniziando.
Non sono mancate le escursioni in vari luoghi degli States: dalle più classiche New York, Washington DC, Philadelphia, alle più insolite, come Baltimora, Annapolis, Miami (non quella famosa in Florida, lol), Branson, e un viaggio in auto di 11 ore (che per gli statunitensi è un viaggio di una lunghezza media) per S.Antonio, Texas.

In (quasi) tutti questi luoghi ho cercato lavoro, da quelli più semplici a quelli più particolari: pizzaiolo, cameriere, tecnico informatico, interprete, insegnante d’italiano, garagista, fattorino, receptionist di albergo, impiegato nei fast-food, ecc., ma niente; la legge impone non solo che l’offerta di lavoro ti debba essere presentata direttamente dall’azienda perché servi PROPRIO TU in quell’azienda e perché nessun americano che abbia presentato richiesta possa farlo; non solo che per assumerti un azienda deve mandarti a chiamare in Italia, ma anche che, soprattutto per i lavori più importanti, per essere presa in considerazione una candidatura di uno straniero ad un annuncio di lavoro, devono passare diversi mesi senza che nessun americano sia stato preso.

Insomma, è difficilissimo.
Mia zia essendo in età avanzata, e sola in casa, fece addirittura richiesta per tenermi con lei legalmente, ma nulla, scaduto il visto dovevo andarmene, o rischiare da clandestino, col rischio che se mi beccavano non sarei più potuto tornare.

E quindi nulla, dovetti rassegnarmi all’idea di non poter restare, ma la cosa non fu affatto facile.

A Springfield, e in tutte le piccole cittadine/paesi, avendo grandissimi spazi a disposizione, l’urbanizzazione si è sviluppata in larghezza, interponendo grandi spazi tra un posto e l’altro (ad esempio io da casa di mia zia, per andare al negozio più vicino dovevo fare 5 km a piedi sotto un cocente sole estivo). L’automobile sarebbe stata fondamentale, ma io, non avendo carta di credito, non potevo noleggiarla, e la spesa per comprarne una usata, sebbene in condizioni pessime, tra assicurazione e varie, superava il mio budget.

Ricordo ancora una volta che, spinto dalla disperazione, decisi di camminare fino al più vicino centro commerciale: camminai per circa un’ora, con una temperatura di 115 gradi Fahrenheit (circa 46°) e a metà strada, con i vestiti inzuppati di sudore, fui costretto a comprarne di nuovi apposta in un negozietto di strada, e a lavarmi e cambiarmi nel bagno di un fast food.. sembravo quasi un senzatetto che approfittava della civiltà per rendersi decente.

Col tempo dovetti arrendermi all’idea che non avrei trovato nessun modo di restare.

I viaggi si concentrarono tutti nel primo periodo di “vacanza” e nell’ultimo, e per tre lunghi mesi mi ritrovai costretto a casa con ben poco da fare.
La frustrazione e la depressione avanzavano, e, ricordo, ad un certo punto sono stato quasi vicino all’alcolismo.

Ma tornando alle belle esperienze, che comunque non sono state poche, non posso non ricordare il viaggio in auto, che portò me e mio cugino ad attraversare due stati, Oklahoma ed Arkansas, alla volta del Texas.

Il Sogno Americano, Route 66

Lì feci la mia più vera esperienza Americana. Partimmo da Springfield facendo un piccolo pezzo della celeberrima Route 66 (!!) e fermandoci anche ad un museo ad essa dedicato, continuammo (mappa alla mano, altro che navigatori GPS) il viaggio sulle Highway (Extraurbane), non sulla Interstate (Autostrada) e se siete dei veri viaggiatori, non ho bisogno di spiegarvi perché. Potemmo così usufruire di tutto ciò che la Strada (la s maiuscola non è un errore di battitura) aveva da offrirci: il Mcdonald più grande al mondo, immense praterie, un tramonto spettacolare con un orizzonte completamente sgombro, abbeverarsi a una fonte sul lato di un fiume (non ricordo se in Missouri o in Arkansas) mangiare Chili di bufalo, Enchilladas e Tacos a una vecchia locanda Mexicana, tutto mandato giù con un paio di perfetti Margaritas; fermarsi a farsi le foto sotto una targa della Route 66 piuttosto che vicino ad un allevamento di Buffalos, visitare i centri turistici (in particolare uno che aveva fuori questa grandissima stella texana), correre con l’auto al fianco di un branco di Mustangs allo stato brado ed ogni sorta di animale strano, come ad esempio armadilli (e, da sopra un ponte, un paio di alligatori), vedere (purtroppo senza poterci entrare) una grande riserva indiana in Oklahoma, visitare un Casino e una diga, assistere per puro caso ad un concerto Country con annesso spettacolo in stile saloon di cui, mio malgrado, fui protagonista, una visita ad una cava la cui sala maggiore poteva contenere due volte la statua della libertà, dormire in auto sul ciglio della strada, e molto altro… tutto in maniera inaspettata e non programmata, pura, quasi come se tutto fosse stato lì in quel momento apposta per me (e qualche maestro Zen direbbe che era esattamente così).

Il Sogno Americano, la Casabianca

Vi direi di quando sono andato per Halloween a raccogliere le zucche direttamente in un “Pumpkin Patch” con tanto di labirinto costruito in un campo di grano, di quando ho fatto un giro su una AC Cobra con tanto di NOS, del Roller Coaster più bello di tutta la mia vita, dello Zoo Safari, dove un cammello letteralmente infilò la sua testa in macchina per mangiarsi un pacco di patatine che avevamo comprato, carta compresa, di una notte sotto le stelle con falò e marshmellows abbrustoliti sul fuoco e dei “S’mmores” ossia un sandwich fatto appunto al falò con biscotto, tavoletta di cioccolato, marshmellow abbrustolito, tavoletta di cioccolato e biscotto, della gara di Stock Cars con tanto di hot dog e birra, della partita di baseball e della mazza che mio cugino mi ha regalato facendoci incidere il mio nome sopra, della notte in un locale blues col B52 da mezzo litro, di quando ho rischiato la galera perché non sapevo che se ti beccano a bere una birra per strada ti arrestano, alla visita allo Smithsonian, un museo immenso fatto di diversi palazzi, di quella al parlamento, del concerto dei Puddle of Mudd in cui la band mi ha firmato il cd, del panino più buono che abbia mai mangiato, del fatto che quando abbiamo lasciato il Texas abbiamo evitato per poche ore un uragano, della festa d’addio con i fuochi d’artificio che i miei cugini mi hanno organizzato quando sono partito, ma lo spazio non mi basterebbe mai, e rischierei di annoiarvi.

Che altro dirvi?

Viaggiate, girovagate, e soprattutto, perdetevi.

 

 

 

 

Posted by Nunzio del Papa