Il mio Cammino di Santiago: da Porto a Finisterre, mettersi alla prova per produrre felicità.

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Non voglio fare una lista di cose da fare o da vedere nel cammino di Santiago, per quello basta aprire internet e trovare quantità infinite di notizie indicazioni e mappe, consigli su come preparare lo zaino, che tipo di scarpe comprare e come allenarsi. Ci sono libri che vi spiegano come sopravvivere al cammino e gruppi su Facebook che risponderanno a ogni vostra domanda e dissiperanno ogni vostro dubbio. Quello che invece vi voglio raccontare è il MIO cammino di Santiago.

Quello di una donna di 55 anni pigra e sovrappeso, il viaggio di una persona piena di fobie che non ha mai fatto campeggio perché non sopporta di condividere il bagno e che tiene alla sua privacy più di ogni altra cosa al mondo.

Partiamo dall’inizio.
Cosa è passato per la mente ad una come me per decidere di intraprendere questo viaggio? Non vi racconterò di malattie, colpe da espiare o richieste di grazia perché non è così. Quindi? Che sei partita a fare, mi chiederete? “Non lo so”, avrei risposto qualche tempo fa, ma già al secondo giorno di cammino ho cominciato a capire perché ero li: innanzitutto per dimostrare a me stessa che anche una come me, per la quale il massimo sport estremo è passare velocemente la teglia bollente dal forno ad un piano di cucina, ce la può fare… e poi perché dicono che camminare mette di buon umore poiché si producono endorfine (ormoni della felicità) e allora… andiamo a produrre la felicità! Prima però (un consiglio se volete affrontare il viaggio) allenatevi almeno un po’, perché se non ci si allena non solo non sarete felici ma tristemente doloranti.

Il mio cammino di Santiago: gioia a Finisterre

Il mio Cammino di Santiago: il percorso

Anche se si dice che “non siete voi a scegliere il cammino ma è il cammino che sceglie voi”, ci sono vari percorsi da fare, più o meno lunghi, e io ho scelto il portoghese partendo da Porto perché l’idea di camminare guardando l’oceano mi piaceva tanto.
Datevi delle regole, la cosa più bella sarà non rispettarle… e poi, regola n°1, godetevi il viaggio. Sarà affascinante e sorprendente, faticoso si ma talmente bello che non lo dimenticherete più. Sarà IL VIAGGIO alla scoperta di voi stessi e del bello dell’essere umano, un mondo che abbiamo perso di vista da tanto tempo, troppo presi dalla frenesia delle nostre vite fatte di orari, di corse, di stress, di informazioni, di input.
Il primo giorno mi sono sentita spaesata, non avevo nulla a cui pensare, nulla da organizzare o da risolvere. Solo io e il tempo tutto per me, dovevo camminare e basta. Cosa si prova? La sensazione di essere scesa da una giostra in corsa, da dove le cose non si vedono ma si intravedono, sfumate e senza colore, dove gli odori e i sapori si assaggiano ma non si gustano, dove si parte la mattina alle 6 e si corre fino alle 24 perdendo di vista le cose semplici… e ora invece, giù dalla giostra, ci si sente un po’ persi ma finalmente liberi. Si deve solo seguire la freccia gialla (flecha amarilla) che indica il percorso, si cammina e si deve solo camminare… fantastico!

Dicevo di aver scelto il cammino Portoghese partendo da Porto, da lì poi Vigo e una deviazione alle Isole Cies, poco conosciute ma giudicate tra le più belle al mondo. Un parco naturale dove non più di 2000 persone al giorno possono arrivare e anche volendo soggiornare (per non più di una settimana, poi vi mandano via) c’è un solo campeggio. É proprio qui in questo paradiso che nasce la leggenda della conchiglia di Santiago (la concha de vieira) che racconta dei discepoli Attanasio e Teodoro che arrivarono in Galizia con il corpo di San Giacomo, in una barca senza timone né vela guidati da un Angelo. Si racconta anche che un uomo che seguiva la traiettoria della barca dalla costa cadde in acqua e affogò riemergendo vivo poco dopo ricoperto da queste conchiglie. La conchiglia (una capasanta) che viene legata allo zaino da ogni pellegrino, un tempo usata come bicchiere naturale per bere, è oggi il simbolo del cammino.

Il mio Cammino di Santiago, le Isole Cies

Da Vigo a Pontevedra (27,9 km)

La prima prova
É qui dove ho affrontato la mia prima e dura prova: dormire in Albergue. Gli albergue sono una specie di ostelli per i pellegrini ai quali si accede mostrando la credenziale (documento che attesta che si sta facendo il cammino, una specie di passaporto) sul quale verranno apposti i timbri (selli) che serviranno per ottenere la Compostela, l’attestato rilasciato nella Cattedrale di Santiago che certifica il vostro pellegrinaggio con tanto di conta dei km (non si ottiene la Compostela se si fanno meno di 100 km a piedi o 200 in bicicletta).
Perché per me è stato un problema dormire qui? Perché come ho scritto all’inizio la mia privacy è importante e in questi albergue si dorme tutti insieme: maschi, femmine, giovani o vecchi, chi russa, chi non emana un buon odore, chi ha caldo e chi ha freddo. Tanti letti a castello vicini uno all’altro – a Pontevedra ce n’erano 56 in una stanza – insomma zero privacy. I bagni e le docce in alcuni casi sono divisi tra maschi e femmine ma in altri no (panico vero). Beh! Nonostante tutte le mie paranoie ho dormito, sono andata più o meno regolarmente in bagno (questo potevo anche non scriverlo però è vero), ho fatto la doccia tutti i giorni e non ho avuto nessun problema. Prova superata con mia grande soddisfazione e pacca sulla spalla. Anzi ad essere sincera alla fine l’ho trovato anche divertente! Esperienza che consiglio per imparare cos’è la condivisione, la pazienza e la sopportazione ma anche il divertimento, l’allegria e la comprensione con persone non solo sconosciute ma anche di altre nazionalità, di altre lingue e di altre culture.

Il mio cammino di Santiago, gli Albergue

 

Pontevedra – Caldas de Reis – Pontecesures (36,9 km)

Gli insetti
Altra tappa, altra scoperta, altra fobia combattuta: gli insetti! Non c’è insetto che non mi faccia schifo, chiedo scusa a tutti gli animalisti e a tutte le associazioni pro insetti, ma mi terrorizzano. Camminare per i boschi o attraversare dei ruscelli senza trovare insetti non è possibile. Ecco, qui mi stavano aspettando con la banda, anzi credo che abbiano chiamato anche i rinforzi dai paesi vicini. Che tattica ho usato? La Tattica opossum, mi convincevo di essere morta e li ho semplicemente ignorati. Funziona! Se li ignori se ne vanno, si accorgono abbastanza presto che non sei un fiore o una pianta. Anche se ho rischiato una crisi isterica un paio di volte, generalmente funziona.

Il mio cammino di Santiago, la conhiglia

Pontecesures – Padron – Teo (19,4 km)

L’essere umano, la scoperta più bella.
Durante il cammino si ha modo di conoscere e apprezzare la solidarietà, non solo tra pellegrini ma anche con la gente del posto: cordiale, sorridente e sempre pronta a dare un’indicazione, un aiuto o a raccontare la sua storia. Come un signore a Combarro che passeggiava con sua moglie e ci ha fermato per raccontarci la sua vita da emigrante in Francia, in un italiano-siculo che aveva imparato da un suo collega siciliano conosciuto proprio in Francia. Ha voluto anche farci vedere la sua barchetta e dov’era la sua casa!
Oppure un vecchietto di nome Jesus che ha voluto assolutamente che bevessi l’acqua fresca di fonte che sgorgava da una fontana sotto una chiesa e che mi ha salutato dicendo: “Que Dios te bendiga a ti y tu familia”. Grazie Jesus.
Ci sono anche persone che lasciano sacchetti di cibo per chi ha fame in alcuni punti del percorso, ad esempio sulle colonnine che indicano la strada, ragazzi che aiutano le persone in difficoltà a portare gli zaini, o durante le salite per togliergli il peso. C’è anche chi durante i percorsi più lunghi attraverso i boschi mette distributori dell’acqua e fettine di limone lasciando un bigliettino con su scritto “per chi ha sete, bevete e non lasciate soldi”. A me è capitato anche di ricevere in regalo un piccolo botafumiero (il grande incensiere della cattedrale di Santiago) ed un cappello per il sole. Non è bellissimo?

Il mio cammino di Santiago, l’acqua per i pellegrini

Teo – Santiago (12,3 km)

L’arrivo, un’emozione unica.
Gente che esulta, ragazzi che improvvisano coreografie, cantano, lanciano coriandoli o suonano ogni tipo di strumento, alcuni stranissimi e sconosciuti, poi baci, abbracci, lacrime di commozione e il suono delle cornamuse che proprio non mi aspettavo (tanto che per un momento ho creduto di essere in Irlanda) invece la cornamusa (gaita de fole) fa proprio parte del folklore Gallego ed ha un suono molto malinconico. I Celti lusitani occuparono questa parte della Spagna ed è per questo che il cammino Portoghese può anche chiamarsi Lusitano ed è sempre per questo motivo che i simboli e le tradizioni celtiche sono molto presenti e danno modo di immaginare storie di cavalieri, streghe e folletti. I Dei e le Dee di questo culto sono presenti in tutto il cammino e per gli appassionati del genere può essere un viaggio alternativo andarli a cercare.
Comunque l’arrivo alla Cattedrale tra le tante emozioni ti regala anche la gioia di rivedere le persone che hai incontrato e magari con le quali hai condiviso la stanza o un tratto di strada più o meno lungo durante il cammino, e rivederle è come ritrovare un vecchio amico (sensazione strana per persone che in realtà non si conoscono affatto, però vi garantisco che per me è stato così).

La Cattedrale
Mi hanno detto che se una persona ti consegna un sassolino o una conchiglia da portare con te lungo il cammino e tu lo lasci in cattedrale è come se questa persona avesse fatto il viaggio con te e riceve una benedizione speciale. Non so se questo sia vero però io avevo con me un sacchetto pieno di sassolini e conchiglie di parenti e amici pigri e sfruttatori di benedizioni (scherzo ovviamente. Più o meno…). Ho portato a termine la mia missione, sono entrata nella Cattedrale e ho deposto il mio tesoro e lì non so cosa sia successo, forse l’emozione, la stanchezza o più semplicemente la gioia… ho pianto tanto. Forse il mio sassolino erano proprio quelle lacrime perché poi mi sono sentita meglio.

Il mio Cammino di Santiago, la Compostela

Una curiosità: subito fuori la cattedrale, in un angolino dietro una colonna, per un gioco di luci al calar del sole si ha la possibilità di vedere l’ombra di un pellegrino. La leggenda racconta che un monaco e una monaca si erano innamorati, tanto che decisero di fuggire per vivere felici insieme dandosi appuntamento a Piazza della Quintana, dietro la basilica, vestiti da pellegrini per confondersi tra gli altri pellegrini. Forse vittima di una spiata e chiusa in clausura a vita contro la sua volontà lei non arrivò mai all’appuntamento. Lui è li e l’aspetta ancora, e la sua ombra in attesa è ancor oggi visibile quando il sole tramonta. Una storia d’amore bellissima.

Santiago – Finisterre (o Cabo Fisterra in gallego)

La pace e la febbre.
Uno dei posti più belli che abbia visto. Lungo questo tragitto ci sono paesini che sembrano bomboniere, dei borghi marinari che sembrano dipinti e delle spiagge di sabbia bianca con un mare azzurro da favola. Qui ho vissuto un giorno di vacanza vero e proprio, quindi albergo (uno vero), asciugamano, spiaggia e sole.
La tradizione vuole che dopo aver pregato sulla tomba di Santiago i pellegrini per purificarsi facciano il bagno proprio qui a Finisterre, nelle acque gelide dell’oceano, e che raccolgano una conchiglia che testimoni l’avvenuto pellegrinaggio.
Finisterre in spagnolo, Fisterra in galiziano e Finis terrae, in latino altro non è che il nome dato a questo angolo di terra proprio perché si pensava fosse il punto dove la terra finisse. Lungo tutto e tutti i cammini verso Santiago ci sono dei cippi con su scritto il chilometraggio (le pietre miliari), a Capo Finisterre c’è il cippo con il km 0 e c’è anche la croce di pietra dove la tradizione vuole che i pellegrini brucino un indumento che hanno indossato lungo il cammino (ora è proibito ma qualcuno ancora lo fa) e assistano al tramonto del sole. Qui sarei potuta restare per ore a fissare il mare e godermi l’enorme senso di pace che quel luogo emana, ma dopo un quasi (sono entrata in acqua solo fino alla vita) bagno purificatore nel gelido oceano, dopo aver passato tutto il giorno in spiaggia al sole, mi sono presa un’insolazione ed ero tutta bruciacchiata con conseguente febbre, quindi la visita è stata breve e niente tramonto.
Chi vuole può continuare a raccogliere i selli da Santiago e ricevere la Fisterrana presso l’albergue o la casa municipale di Finisterre, ovvero la certificazione che attesta di essere arrivati alla “fin del mundo”.

Il mio cammino di Santiago, Finisterre

Cosa mi riporto a casa
Durante il cammino si farà conoscenza con un compagno di viaggio speciale che inizierà prima a sussurrare ma poi la sua voce sarà sempre più forte e chiara. Quell’amico che da tanto tempo non sentivamo più anche se in alcune occasioni ha urlato con tutto il fiato che aveva in gola. É la voce della parte più profonda di noi perché durante il cammino ci riscopriamo e impariamo ad essere medici e pazienti di noi stessi. Ci parliamo, ci rispondiamo e ci ritroviamo.
Ecco, del mio cammino di Santiago mi porto a casa la voglia di ascoltarmi di più, di avere la consapevolezza di sapere davvero chi sono e dove vado. Mi porto indietro l’insegnamento di saper distinguere tra utile e indispensabile, di ridefinire la lista delle mie priorità e a non mettermi più all’ultimo posto; la fiducia verso gli altri e la consapevolezza di sapere che posso davvero contare su di me e che ce la posso fare; accettare con pazienza gli imprevisti della vita ed affrontarli con il coraggio di andare avanti.
Tra pellegrini ci si saluta con Ultreya e si risponde con et Suseya, che più o meno significa avanti (vai oltre) e in alto (con lo sguardo in su). Io più semplicemente dico hasta luego, a presto, perché ho intenzione di tornare.
Buen cammino!

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2 Commenti

  1. luca dice

    Ciao forse il più bel racconto sul cammino che ho letto in vita mia. Brava e Buen Camino ( io ho fatto quello Francese ) Ciao Luca

    1. Lucia Parpaglioni dice

      Ciao Luca, grazie del commento!
      Rosetta è felicissima di quello che hai scritto 😀
      Magari ci incontriamo sul prossimo cammino 😉

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