La città che muore: Civita di Bagnoregio

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A circa 100 km da Roma si trova un borgo dal fascino antico le cui fondamenta si consumano giorno dopo giorno.
Ecco cos’è Civita di Bagnoregio, ecco perchè la città che muore.
Un paese la cui bellezza è anche la sua condanna: estremamente scenografico perché nasce da uno sperone di tufo caratterizzato dai calanchi modellati dal vento, le cui fondamenta vengono mangiate dal perenne scorrere dell’acqua dei due torrenti Rio Bravo e Rio Torbido.
Un paese in piccolo, come una perla in una conchiglia, dove ormai vivono si e no una decina di persone.
Un paese che ha oltre 2500 anni, fondato dagli Etruschi lungo una di quelle che all’epoca era tra le principali vie d’Italia e congiungeva il Tevere al Lago di Bolsena.

Questo è il ritratto attuale della Città che Muore e, con questi pensieri in testa, vederla in inverno sotto un cielo grigio che urlava promesse di pioggia e nascosta da una coltre di nebbia ha fatto il suo bell’effetto.

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La prima visione è suggestiva: un ponte di 300 metri, a strapiombo sulla valle, collega lo sperone di roccia con le sue case arroccate, le cui basi si stringono alla terra come un ancora di salvezza, al resto del mondo (e per attraversarlo occorre pagare un pedaggio di 1,50 euro).
Attraversare quel ponte, soprattutto in una giornata come quella che abbiamo trovato noi, equivale a fare un vero e proprio salto nel tempo per raggiungere un luogo incantato.
Al termine del ponte pedonale e la successiva salita, si oltrepassa la Porta Santa Maria, l’unica sopravvissuta delle cinque porte originariee ci si ritrova nel cuore del paese, dove archi di pietra decorati di rampicanti, balconi fioriti, tantissimi gatti, sampietrini e un silenzio quasi surreale la fanno da padroni.

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Qui è vietato il passaggio delle auto, perciò si respira ancora quell’aria pulita e frizzante che abbiamo dimenticato.

Perché venire qui, nella Città che muore?
Perché in realtà la città in sé non sta affatto morendo. Gli appassionati di trekking possono trovare pane per i loro denti negli splendidi sentieri tra i calanchi; c’è il museo della civiltà contadina allestito in Via Madonna della Maestà; lo splendido Belvedere in prossimità del viadotto; la Grotta di Bonaventura, il frate miracolato da San Francesco… e per gli appassionati di gastronomia, numerose trattorie punteggiano di colore i vicoli del borgo, offrendo ottimi vini laziali e cucina tipica della Tuscia (vi consigliamo di provare la Cantina di Arianna, dove le cose vengono cucinate e preparate sul momento, la carne cotta alla griglia sul camino e i dolci fatti a mano).

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Sarebbe davvero un peccato lasciar affossare un paese così antico. Soprattutto se pensiamo che già all’epoca dei romani e degli etruschi quello dell’erosione era un problema serio a cui si cercava di trovar rimedio, per proteggere il paese da terremoti e smottamenti dei fiumi. Gli etruschi costruirono le prime opere di salvaguardia, riprese poi dai romani e abbandonata invece in epoche più recenti.

Andrebbe salvata senza toccarne il suo essere così isolata, perché è questo che la rende unica.
Come fosse un paese custodito in una cupola di vetro, bloccato nel tempo e nello spazio, da curare come una pietra preziosa.

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1 Commento

  1. sabrina dice

    Ho sentito di recente di questo posto e della sua unicità. Non ne conoscevo l’esistenza ma sarei molto curiosa di visitarlo. Mi spiace che posti del genere rischino di scomparire, ne va della nostra identità culturale!

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